10 SETTEMBRE 2005 VOLI LIBERI IMPRESSIONI DI LETTURA di Angelo Michele Latorre. Dieci giorni fa, la direttrice Editoriale, Dina Turco, mi diceva: “Sai ho letto delle poesie che mi hanno colpito molto, a tal punto che ho deciso di finanziarne la pubblicazione, mi piacerebbe che presentassi questa raccolta., sono di un’esordiente di Mestre, Roberta Vasselli”. Poesia è un termine ampio, che racchiude generi e stili spesso eterogenei tra loro; cosa c’era in Voli Liberi, che non fosse ancora stato detto, che dopo aver attirato l’attenzione dell’ Editrice potesse catturare la mia e quella di molti altri lettori? Qualcuno, credo Benedetto Croce, affermava che da adolescenti tutti provano a scrivere delle poesie, ma che da adulti continuano solo i poeti veri ed i cretini; non credo abbia mai fornito metriche per discernere tra le due categorie, quindi la frase resta provocatoria quanto inquietante. Certo ci sono poeti oramai blasonati e riconosciuti dalla critica, sui quali esiste della letteratura, ma non bisogna dimenticare che tutti, persino i vari Ungaretti, Pavese e Montale, (per citarne d’italiani), all’inizio della loro carriera sono stati degli esordenti. Innescando un percorso inverso, alcuni di loro, hanno costretto la critica ad adattarsi e modificare i sistemi di valutazione, per comprendere un’arte che si esprimeva in due righe, come in “m’illumino di immenso”. Era con questo spirito che decidevo di leggere la bozza di Stampa di Voli Liberi, di Roberta Vasselli, un’autrice esordiente di Mestre, dalla quale mi aspettavo della “Poesia”, ma non sapevo ancora bene in quale forma. Devo affermare che la mia fame di versi ha trovato libagione in abbondanza e posso dichiarare apertamente che il mio obbiettivo principale, qui, oggi, è quello di provare ad esternare, l’entusiasmo che la prima raccolta di poesia della Vasselli mi ha inculcato. Ho iniziato a sfogliare le prime pagine, l’indice è all’inizio, così da lettore “sveglio” decido di guardare prima i titoli, alla ricerca di una rotta maestra o di qualunque cosa potesse indicarmi una priorità o se preferite un ordine. La prima sorpresa è che l’indice è talmente eterogeneo da essere a prova di lettore pigro: nessuna scorciatoia…qualunque sia la “sostanza” cui si va incontro, occorre scoprirla progressivamente, verso dopo verso. L' avventura comincia dalla pagina successiva, la poesia dal titolo Latitudine obliqua, ci traccia immediatamente quella rotta maestra che cercavamo: troviamo il riferimento del “teschio del sole che impera sempre sopra il fiele che l’escreato emana” su “statue immobili di fango, nel fossile stagno dei pensieri…” ed infine il monito: “scioglierai la ragione da catene in questa latitudine obliqua…” Latitudine e longitudine, da sempre, tentano di dare delle regole alla navigazione, sono strumenti inventati dall’uomo per creare un ordine nel mondo e nella natura…vanesi e presuntuosi gli uomini hanno costruito sistemi, si sono illusi di poter misurare e comprendere, in una ricerca sfrenata del “realismo”. Questo fin quasi ai nostri giorni, quando, persino la fisica, con la teoria dei Quanti ha stabilito che ci sono condizioni di non misurabilità e di non dimostrabilità – entropia - contro la quale la nostra scienza, conduce una lotta impari, che ha l’unico pregio di farci accettare i nostri limiti. Vale per la fisica, vale ancora di più per le emozioni, per i sentimenti, per il senso di noi stessi…”scioglierai la ragione in questa latitudine obliqua”, in altre parole in una linea immaginaria che ne attraversa trasversalmente più di una convenzionale, di quelle che l’uomo traccia parallele le une alle altre e che non possono rappresentare una realtà che invece ha intersezioni, profondità, dimensioni a tutto tondo. Già dalla prima pagina, ci colpisce della “Poesia”, non so se la definizione di Latitudine Obliqua che darebbe la Vasselli, coincida con quella che io ho fornito, forse no, oppure si, ciò che importa è la sua capacità di fermare un’emozione, utilizzando parole e strutture in maniera inconsueta, non come strumenti descrittivi, ma come elementi del linguaggio che assumono vita propria, colpendo il pensiero e la coscienza di se, di chi legge…una fotografia di un’emozione, lo “scatto impossibile”. Così come in una fotografia, o qualsiasi immagine, ognuno può vederci qualcosa di personale, riconoscere tracce della propria esperienza soggettiva…è difficile, quasi impossibile trovare le motivazioni reali di una sofferenza che in alcuni scritti è resa evidentissima dalla Vasselli: non importano le cause, non importa cosa abbia scatenato l’angoscia, è importante la capacità dell’ autrice di esorcizzare l’emozione con le parole, di lasciarle crescere nell’anima di ognuno, come il vibrare di una corda nell’aria, che pizzicata restituisce una nota… o un rumore. Come le note, gli odori, le sensazioni, prendono vita in noi nel momento in cui le percepiamo, così alcune poesie di Roberta Vasselli assumono denotazioni spazio temporali nella nostra anima…innestano il seme del dubbio, della ricerca, delle grandi domande che non possono trovare risposte certe, quelle che si interrogano sullo scopo della vita e dell’esistenza… Una risposta, o meglio una idea essenziale, nelle poesie traspare: “Siamo un passaggio, un refolo di vento, di questa vita che ancora ci descrive” recita la Vasselli e ancora “nei nostri desideri volteggianti e liberi, ho edificato l’eternità sopprimendo il tempo“. Tuttavia in una poesia in particolare questo trasparire diventa vero e proprio apparire: la leggo per intero: “Inizia da un punto l’universo e in un punto esso si dissolverà, Noi siamo punteggiatura varia fra galassie accese e spente, Un punto apre, un punto chiude. Fine”. Questo è uno dei casi in cui sono contento di avere anche una formazione tecnica. L’astrofisica, dopo avere osservato la velocità di espansione dell’universo, ha provato a riportare indietro il nastro del tempo, fino ad arrivare al momento iniziale, al Big Bang, precisamente nel tempo zero, quando la materia, o meglio, tutto ciò che serve a generarla, è racchiuso in un unico infinitesimale punto, dalle proprietà strabilianti. Esso doveva avere un diametro di 10-33 centimetri, qualcosa miliardi di miliardi più piccolo del nucleo di un singolo atomo il cui diametro è già “grande”, si fa per dire, 10-13 centimetri; anche la sua temperatura interna era elevatissima :1032 gradi , vale a dire 1 seguito da 32 zeri . Ho parlato di tempo zero, ma non è una espressione esatta, la nostra fisica si infrange, in realtà, contro il “muro di Planck”, vale a dire 10 -43 secondi dopo il tempo zero, tutto ciò che poteva esserci prima è pura metafisica. E’ nel tempo che intercorre tra 10 -43 secondi ed i tre minuti, che si creano le basi della materia e le forze che la governano, si genera la “polvere di stelle” che costruirà le galassie, gli ammassi stellari, i pianeti, tutta la materia, compreso il nostro pensiero e la nostra coscienza. Questa materia continua ad espandersi, alcuni pensano fino a quando l’intero equilibrio del sistema non collasserà su se stesso perché, esaurita la spinta e sopraggiunta la stasi, inizierà una specie di implosione, con un convergere progressivo della materia verso l’origine per una fine o un nuovo inizio. Resta irrisolta la domanda del perché esista qualcosa invece che niente, è del come si sia realizzata l’unica combinazione in grado di generare la vita. Siamo “punteggiatura varia” quindi, le nostre vite hanno durate inconfrontabili con l’età di quindici miliardi di anni dell’intero universo, non meno effimere della vita della falena, che nella raccolta recita: “sono morta. Vita di pochi giorni, dentro il forziere del vento”, o quella dell’ uccello migratore che in Nidi annuncia: “Non so dove l’ala mi sospingerà…Con me migra il gruppo, ma morirò solo, solo morirò in terra straniera”. Occorre chiedersi: come si sopravvive, in questo mondo-vita, in questo sistema filosofico, fatto di esistenza effimera? In una serie di poesie, A luci spente, Attesa e Resa, C’erano gocce di cera, l’angoscia e la disperazione sembrano indomabili, quando, come in Croce nera, “nel vento raggrinza e gonfia l’onda umida di scirocco, mentre stringe nubi d’acqua e di memoria” … eppure ci sono sprazzi di consapevolezza, di equilibrio, di semplicità e di attesa. La consapevolezza e la ribellione che fa gridare: “Se vedi un’ombra cacciala o sarà tua per sempre”, l’amore semplice che in Natale 2003 recita: “L’albero è spoglio mio Bambino…Nulla ho da darti, solo il mio bene e so, questo ti basta”. Fanno parte di questi sprazzi, alcuni versi che superano gli altri per melodia, trasporto, per la commozione che riescono a trasmettere, come in Mi prendi le mani fra i colori e Vieni ti porto con me. In altre poesie si intuiscono e in ogni caso mai troppo esplicitamente, momenti di vita personale, paesaggi usuali come in Venezia, tracce di paesaggio, persino tragedie “regionali” in Foibe e Vajont e ci si sofferma en passant su tragedie nazionali, come in Nassyria: Momenti di riflessione “sociale” intervallati a momenti di pura introspezione personale. Continua la consapevolezza che la nostra esistenza, per quanto effimera, debba essere condotta fino alla fine, perché è proprio attraverso l’esistere, i nostri desideri, che noi tendiamo la lenza per abboccare il tempo “come pesce che non può morire mai” e “noi diveniamo sapore, e noi siamo aria ed incenso”. Questa è una mia interpretazione, si tratta delle mie impressioni di lettura. Non so quanto io sia riuscito a cogliere del pensiero reale dell’autrice, è l’effetto collaterale della Poesia: I poeti come Roberta Vasselli, fotografano, come mi piace pensare, un’emozione, la bloccano su carta perché non sfugga, usano tutte le potenzialità del linguaggio, per restituire le sfumature di colore che la loro mente obiettivo percepisce, ma, la fotografia finale, sarà sempre una inquadratura parziale del panorama che avevano inteso, chiunque, osservandola, inizierà ad immaginarne le parti tagliate…cercando di completarle. Oltretutto, so per certo che le mie sono impressioni in evoluzione, in ogni buona poesia, ci sono espressioni, usi della lingua, che ci colpiscono in maniera differente anche in funzione del nostro stato d’animo, un passaggio prima ermetico, se non addirittura criptico, sembra svelare un nuovo significato…mi è già capitato e mi succede ancora in riletture che vado facendo di Voli Liberi. Come sicuramente accadrà a voi che vorrete acquistare la raccolta, leggerla ed interiorizzarla secondo la vostra sensibilità. Personale ed unica – individuale - in una sola parola. Bisognerebbe ora terminarlo questo intervento, cercare di dargli forma, per quanto la poesia sia essa stessa materia informe e cangiante…io proverei a leggere un ultimo verso, tratto dalla poesia finale della silloge, Strade, che si ricollega idealmente alla prima poesia Latitudine obliqua: “Nel marmo che ora s’è fatto, scandito Pulsare. Li un cuore di strada vissuta, esistenza greve dell’attimo atteso, probabili felicità. Ora solo certi di questo cammino. E poi altre strade, forse”.